Paolo Manfrè

Avevo 24 anni nel ’94 quando tutto ha avuto inizio.
La mia famiglia si era trasferita a Barletta molti anni prima. Mia madre, originaria di questa città, doveva tornarci per ereditare alcune proprietà, tra cui un appartamento in un antico palazzo di Via Nazareth dove ho vissuto sino all’anno scorso.
Mio padre, maresciallo della Guardia di Finanza nato a Padova, aveva conosciuto mamma proprio lì, una ragazza coraggiosa del sud alle prese con le  prime supplenze nelle scuole del nord-est. Così, sono per metà pugliese e per metà veneto e oggi quasi del tutto barese.
Sono alto circa 178 cm, capelli compresi. Dicono che assomigli a Roberto Baggio, ma solo per il codino di un tempo; in compenso, ho un paio di occhi verdi sfuggenti e una corporatura robusta e agile. Dicono che non sia tanto male.
Mio padre non voleva, ma me ne sono fregato. A diciotto anni mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze della Terra a Bari, a Geologia, come si dice qui. Questo strano pianeta, la sua natura, mi hanno sempre intrigato. Da piccolo, quando mio nonno mi portava sulle spiagge dell’Ofanto e di Ariscianne a caccia di pietre o di conchiglie, quando rivoltava a faccia in giù un bicchiere colmo d’acqua coperto da un foglio sottile senza farne cadere nemmeno una goccia, restavo a bocca aperta come un branzino cotto al sale. Mi ha sempre attirato l’ignoto e da geologo ho scoperto che non c’è niente di più sconosciuto e imprevedibile del sottosuolo. E poi amavo le foto da satellite ed i viaggi intorno al mondo.
Si, è così.
Mio padre mi voleva ufficiale nella Guardia di Finanza, ma gli sono andato contro. Forse è cominciato tutto da lì, da quella ostinata decisione, da quel mio orgoglio insensato, da quella maledetta fragilità da figlio unico che mi porto dietro da sempre e che ha fatto precipitare tutto.
Ma scusate un attimo…
L’uomo non è forse sempre stato attratto dal mistero? Dal perché della vita su questo pianeta, da dove cavolo veniamo, dove caspita andiamo e cosa facciamo?
E poi le donne? Non sono forse loro, il mistero più grande?
Lo so, Mauro me l’aveva detto, lasciala perdere, è troppo tosta, ti rivolta come un calzino, non è per te. Ma potevo dire di no a quelle labbra increspate, a quegli occhi da fata, a quel seno troppo alto per essere vero?
Si, mi ha stregato. Quella notte davanti al porto di Trani. Proprio lei, Sandra, l’archeologa intra a lu salentu, la medievista, la cacciatrice di epigrafi, la strafiga pazzesca. Mauro me l’aveva detto. E io come al solito ci sono cascato.
Ed eccomi qui, assieme a lui, ad arrampicarmi su Castel del Monte, appeso ad una corda in bilico sull’ignoto pronto a rompermi l’osso del collo. Per cosa? Non lo so più.
Ma credo, alla fine, per un paio di tette.